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LA
CINA OSPITA IL PRIMO FORUM SUL BUDDISMO
Hangzhou,
13 aprile 2006.
Organizzando un Forum sul buddismo, tenutosi a Hangzhou, nella Cina orientale,
dal 12 al 15 aprile 2006, Pechino ha voluto rintuzzare in modo propagandistico
e plateale le accuse di persecuzione della libertà religiosa di cui da
più parti è additata. In un momento in cui nell’atea Cina
il sentimento religioso e il buddismo in particolare sembrano acquistare nuova
vitalità e, particolare assai rilevante, alla vigilia del viaggio di
Hu Jintao negli Stati Uniti, il Partito Comunista ha voluto riunire a convegno
oltre mille esponenti delle comunità buddiste provenienti da oltre trenta
paesi. e alcuni noti leader religiosi provenienti dalla Corea del sud, dallo
Sri Lanka e dalla stessa Taiwan.
Assente, perché non invitato, il massimo esponente del buddismo tibetano,
Sua Santità il Dalai Lama, definito da Qi Xiaofei, vicedirettore del
dipartimento Affari Religiosi “un secessionista che ha cercato di dividere
la madrepatria e di minare l’unità dei differenti gruppi etnici”
e “una voce disarmonica” all’interno della conferenza. Non
a caso, il buddismo del Tibet era rappresentato da Gyaltsen Norbu, il Panchen
Lama “fantoccio”, ormai divenuto strumento di propaganda statale,
riconosciuto dai cinesi nel 1995, pochi mesi dopo il rapimento di Gedhun Choekyi
Nyima, l’XI Panchen Lama legittimamente riconosciuto dal Dalai Lama. Dal
palco del Forum, seduto tra otto noti leader religiosi coreani, cingalesi e
taiwanesi, il sedicenne Gyaltsen Norbu, interrotto due volte dagli applausi
dei delegati, ha tra l’altro così dichiarato: “La società
cinese fornisce un ambiente ideale alle credenze religiose buddiste”.
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