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PHUNTSOG NYIDROL NEGLI STATI UNITI

S. Francisco, 15 marzo 2006.
A distanza di due anni dalla sua liberazione, le autorità cinesi hanno finalmente concesso alla monaca tibetana Phuntsog Nyidrol, l’ultima delle “monache cantanti” ad essere liberata dalla prigione di Drapchi, il permesso di lasciare il paese. A bordo di un aereo della United Airlines è arrivata a S. Francisco accompagnata da un funzionario dell’Ambasciata americana. Arrestata il 14 ottobre 1989 sotto l’accusa di “incitamento e propaganda antirivoluzionaria” per aver preso parte ad alcune manifestazioni pacifiche, era stata in un primo tempo condannata a otto anni di carcere. Nel settembre 1993 la sua pena era stata prolungata di nove anni dopo che, assieme ad altre tredici monache, tra le quali Ngawang Sangdrol, aveva inciso in una cassetta alcune canzoni in cui esprimeva le sue speranze per il futuro del Tibet e l’amore per il proprio paese. Nel marzo 2001 ottenne un anno di condono per buona condotta e, il 26 febbraio 2004, fu definitivamente rilasciata.
Da allora, Phuntsog Nyidrol ha vissuto nella sua casa di Lhasa sotto stretta sorveglianza, senza potere far ritorno al proprio monastero e senza ottenere un passaporto in quanto privata dei diritti politici. A causa delle torture subite durante il periodo di detenzione, le sue condizioni di salute si erano seriamente deteriorate. Nell’agosto 2005 le fu concesso di incontrare una delegazione del Gruppo di Lavoro ONU per la Detenzione Arbitraria, l’Incaricato Speciale delle Nazioni Unite per la Tortura e alcuni esponenti della Commissione USA per la Libertà Religiosa. Grazie al loro interessamento e alla mobilitazione della comunità internazionale, di numerosi gruppi (tra cui Amnesty International) e associazioni non governative, la monaca tibetana ha potuto lasciare la Cina per ricevere, all’estero, le opportune cure mediche.
Al suo arrivo a S. Francisco, potuto riabbracciare Ngawang Sangdrol, sua amica e compagna di prigionia a Drapchi. “È incredibile poter rivedere Phuntsog”, – ha dichiarato Ngawang – “in prigione era sempre così forte, mostrava tanto coraggio e fiducia in se stessa, pensavamo che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Non poteva studiare ma lavorava sodo per svolgere il lavoro che le veniva assegnato e non tralasciava la pratica della religione buddista”.



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