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UN APPELLO DI TENZIN TSUNDUE: LA MARCIA DEVE PROSEGUIRE

1 Aprile 2008

Dopo lungo tempo, i tibetani in esilio hanno trovato una via speciale per arrivare a una soluzione pacifica e per denunciare, cammin facendo, l’illegale occupazione del Tibet. Si tratta di un’azione non violenta che ha unificato le voci dei tibetani ed è diventata essa stessa un simbolo delle aspirazioni comuni. I marciatori sono determinati ad affrontare ogni sfida che si presenterà lungo il loro percorso, ma gli organizzatori, in questo momento, non devono abbandonare il progetto a mezza strada, quale che sia la pressione esercitata nei loro confronti.

Oggi, per molti tra i più giovani, la differenza con la posizione di Sua Santità il Dalai Lama riguarda la visione politica, e questa diversità è un’espressione di democrazia. Il credo nella non violenza è in larga misura lo stesso, vogliamo solo essere più diretti ed efficaci. Riteniamo violento il definire “violenta” la protesta dei tibetani in Tibet. Dobbiamo adoperarci in ogni modo possibile affinché questa fase di lotta non-violenta abbia successo. Finché il Tibet non sarà libero, la lotta del popolo tibetano non avrà fine. Questo è solo l’inizio.

Siamo stati in prigione per quattordici giorni e domani compariremo in tribunale (subiremo un processo per aver camminato pacificamente recitando preghiere per la pace di tutti gli esseri viventi dell’universo, le mani giunte mentre eravamo arrestati).

La lotta deve proseguire. Il timore delle critiche è di per sé debolezza ed egoismo.

Possa la compassione darci il coraggio di vedere altre morti, comprese la nostra e quelle dei nostri cari, così da rendere liberi noi oggi e la nostra patria domani.

Se c’è un Dio lì fuori, questi è la comunità internazionale. Che Dio ci ascolti o no, dobbiamo continuare la nostra lotta. Come dice il mio amico Sethu Das, “I tibetani dentro il Tibet otterranno l’indipendenza per il loro paese”.

 

Tenzin Tsundue


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