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IL DALAI LAMA: “UN GENOCIDIO CULTURALE” LA NUOVA FERROVIA

Hailey, Idaho, 12 settembre 2005.
Parlando alla stampa al termine di un affollatissimo incontro svoltosi presso il River High School Stadium, il Dalai Lama si è soffermato sulle conseguenze della costruzione della ferrovia Golmud – Lhasa. “E’ in atto una sorta di genocidio culturale”- ha dichiarato ai giornalisti il leader tibetano –, “in generale, una linea ferroviaria è un’opera utile alla crescita di un paese ma quando la sua costruzione avviene sulla base di una motivazione politica, ne può derivare un grave squilibrio demografico”. Evidente il riferimento del Dalai Lama non solo alla facilità con la quale nuovi coloni potranno raggiungere il Tibet ma anche alla discriminazione già in atto nell’assegnazione dei posti di lavoro. Da anni, un crescente numero di cinesi Han si trasferiscono in Tibet dove trovano lavoro nel settore delle costruzioni e in altre rampanti industrie governative. Dal canto loro, i tibetani sono confinati alle attività tradizionali (agricoltura o pastorizia) oppure, nelle maggiori città, si dedicano a piccole attività commerciali.
Gli stessi operai addetti alla costruzione della ferrovia sono prevalentemente cinesi. Lo scorso 5 agosto 2005, un’agenzia AFP riferiva che la stragrande maggioranza delle maestranze appartengono all’etnia Han. “I tibetani sono pochissimi perché non possiedono la necessaria esperienza tecnica”, spiegava Wang Weidao, uno dei responsabili.
Mentre le autorità di Lhasa decantano i vantaggi che la nuova linea ferroviaria porterà ai tibetani stessi in termini di riduzione dei costi di trasporto dei loro prodotti, ci si interroga sull’ulteriore marginalizzazione della popolazione autoctona, già gravemente minacciata dalla massiccia presenza cinese. Kate Saunders, portavoce di International Campaign for Tibet, ha affermato che nel momento in cui si potrà percorrere la distanza tra Pechino e Lhasa in appena quarantotto ore, i trasferimenti della popolazioni saranno più semplici e meno costosi e, di conseguenza, il rischio del definitivo annientamento della cultura e stile di vita tibetani ancora più elevato. Attualmente, secondo stime cinesi, arrivano a Lhasa circa 50.000 cinesi l’anno. La maggior parte lasciano il paese nel giro di pochi mesi, ma alcuni decidono di rimanere occupando, gradualmente, tutti i posti disponibili nelle industrie di stato.



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