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L’ALTO COMMISSARIATO ONU PER I DIRITTI UMANI CRITICO NEI CONFRONTI DELLA CINA

Pechino, 25 febbraio 2005. (WTN)
Le Nazioni Unite hanno chiesto alla Cina una maggiore salvaguardia dei diritti sanciti dalla costituzione e hanno espresso critiche nei confronti di Pechino per la detenzione arbitraria di quanti esprimono pacificamente il loro punto di vista su questioni religiose e politiche.

In un documento redatto dopo la visita in Cina, il settembre dello scorso anno, di alcuni membri della Commissione ONU per i Diritti Umani, il gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria ha inoltre criticato l’operato di Pechino, colpevole di incarcerare i propri cittadini senza il dovuto, legale processo e di sottoporli a lunghi periodi di “rieducazione attraverso il lavoro”.
Il documento lamenta altresì il diffuso ricorso, all’interno del sistema giuridico cinese, di imputazioni d’accusa espresse in termini generici, quali “turbamento dell’ordine sociale” o “minaccia dell’unità nazionale”, usate come pretesto per arresti di motivo politico.

“All’interno della legge contro la criminalità” – recita il rapporto – “non dovrebbero essere formulati, capi d’imputazione volutamente vaghi e imprecisi, pensati al solo scopo di punire ogni pacifica espressione di diritti e libertà garantiti dalla Dichiarazione dei Diritti Umani”. “Le persone accusate” – prosegue il documento – invocano frequentemente il loro diritto d’opinione, d’espressione, di credenza religiosa, di libertà di associazione e raduno o il loro diritto a partecipare alla vita pubblica del paese quale fondamento legale delle loro azioni. L’esercizio di tale diritto non comporta alcuna responsabilità criminale”.

Il gruppo di lavoro ha chiesto alla Cina di dare, in questi casi, “il giusto peso ai diritti dell’uomo” e di tutelare al meglio i diritti fondamentali previsti dalla stessa costituzione del paese.
Il rapporto definisce inoltre “inaccettabili” le interferenze delle autorità cinesi nel corso della visita della delegazione ONU alla prigione di Drapchi, a Lhasa, lo scorso mese di settembre. In quell’occasione, fu infatti impedito ai membri della Commissione di parlare con alcuni prigionieri adducendo come pretesto il loro essere “stranieri”. “Non è accettabile” – si legge nel documento – “che uno stato membro delle Nazioni Unite ponga delle limitazioni ad un organismo operante nel campo dei diritti umani con il pretesto che i suoi componenti sono stranieri”.


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