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MANIFESTAZIONE
DEI TIBETANI A NEW DELHI
New
Delhi, 6 dicembre 2005.
Per protestare contro gli arresti e le espulsioni di monaci e monache dai monasteri
tibetani in seguito all’inasprimento della campagna di “rieducazione
patriottica”, più di quaranta tibetani hanno coraggiosamente partecipato,
a New Delhi, ad una manifestazione di protesta davanti all’ambasciata
cinese. Guidati dai dirigenti del Tibetan Youth Congress, gli attivisti, al
grido di “Stop alle uccisioni nel monastero di Drepung!” e “Tibet
libero!”, hanno
lanciato manifestini all’interno del perimetro dell’ambasciata e
hanno agitato bandiere e striscioni. Per evitare di essere allontanati con la
forza dalla polizia, alcuni tibetani si sono incatenati agli alberi. Una grande
scritta “Free Tibet” è stata dipinta con lo spray sul muro
esterno dell’edificio.
Assieme ad altri membri del direttivo, Kalsang Phuntsok, presidente del Tibetan
Youth Congress, ha scavalcato la recinzione dell’ambasciata ed ha chiesto
agli addetti alla sicurezza di essere ricevuto dall’ambasciatore. Prima
di essere arrestato, è riuscito a consegnare al personale diplomatico
un memorandum in cui chiedeva la fine della campagna di rieducazione patriottica
in Tibet, il rilascio di tutti i monaci e le monache e il reintegro dei religiosi
nei rispettivi monasteri.
Ventisei tibetani, diciannove uomini e sette donne, sono stati fermati e portati
nella vicina stazione di polizia di Chanakya. Cinque dimostranti, tra cui il
presidente
del Tibetan Youth Congress, sono stati rinchiusi nel carcere di Tihar in attesa
di processo. Inaspettatamente, sono stati rilasciati il 12 dicembre. “L’ambasciata
cinese non ha voluto che i particolari della manifestazione fossero divulgati”-
ha dichiarato Kalsang Phuntsog – “per paura che anche gli atti di
genocidio commessi in Tibet finissero sotto gli occhi della comunità
internazionale”.
Sottotono i commenti del governo tibetano in esilio che, per bocca di Lobsang Nyandak, ministro delle Informazioni e Relazioni Internazionali, si è dichiarato dispiaciuto per gli avvenimenti di Drepung ed ha esortato i tibetani in Tibet alla tolleranza per evitare torture ed arresti. Il Kashag ha chiesto inoltre al governo della Regione Autonoma e alla dirigenza del Partito Comunista di non ricorrere alla violenza e di sedare il malcontento della popolazione attraverso il dialogo.
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