RASSEGNA STAMPA

TRE SGUARDI SULLA CERIMONIA INAUGURALE OLIMPICA

La descrizione della cerimonia vista da Federico Rampini corrispondente da Pechino e da Gianni Mura giornalista sportivo intervistato da Giuseppe Smorto del quotidiano “La Repubblica” e la descrizione di quanto succedeva a Dharamsala, sede del Governo Tibetano in Esilio nella corrispondenza per giotibet. com di Marilia Bellaterra presidente Aref-onlus e consigliere dell’Ass. Italia Tibet.

 

UN SOGNO ATTESO CENT'ANNI
di Federico Rampini
dal blog "Estremo Occidente", La Repubblica, 9 Agosto 2008


“Abbiamo atteso cent’anni / per arrivare a questo momento. Ora siamo pronti / e il mondo è pronto”. Sono le otto di sera a Pechino, il magnifico stadio Nido d’Uccello vibra commosso sulle note di questa canzone. E’ l’istante in cui appare alla tribuna d’onore il presidente Hu Jintao, circondato dai potenti della terra. Per la prima volta in vita sua il freddo, impenetrabile leader cinese è accolto con un boato. L’urlo di trionfo straripa dallo stadio, fa tremare tutta Pechino, risuona in mondovisione davanti a miliardi di telespettatori.

Inizia così la travolgente festa olimpica della Cina. Per quattro ore di pura felicità questa nazione grida al mondo: “Ce l’abbiamo fatta, guardate che cosa siamo diventati”. La canzone continua: “Avete percorso diecimila chilometri / per venire a questo appuntamento / ora condividete la nostra gioia”. Sotto la sublime regìa del maestro Zhang Yimou la Cina mette in scena il meglio di sé: una favola magica, l’immagine maestosa e serena che vuole proiettare nel mondo. Sfarzo ed eleganza, emozione e raffinatezza, tradizione e tecnologia.

Se per molti la Repubblica Popolare evoca solo la potenza economica, grazie ai miracoli di bravura di un esercito di attori, musicisti e ballerini appaiono d’incanto i simboli di una civiltà antica, colta, ricca di valori. Su un rotolo di bambù lungo quanto lo stadio volteggiano danzatori che con i corpi disegnano squisiti ideogrammi. Duemila e otto cantori nel costume antico dei percussori di Fu battono tamburi illuminati come cristalli liquidi di un display elettronico. Intanto decine di cubi ondeggiano al centro dell’arena, sorgono e si abbassano quasi mimando la crescita dei grattacieli che hanno proiettato Pechino verso altezze smisurate. Sui grandi schermi le parole di Confucio: “I nostri amici sono giunti da lontano, e noi siamo felici”.

La scena densa del significato più potente è La Via della Seta Marittima. Eserciti di marinai antichi muovono in sincronia lunghissimi remi, evocano la flotta maestosa con cui la dinastia Ming esplorò gli oceani molto prima delle esplorazioni navali europee. Appaiono d’incanto i simboli delle principali invenzioni che la Cina partorì con largo anticipo sull’Occidente: la carta, la stampa, la bussola, la polvere da sparo. Un messaggio allusivo: sono stati a lungo i più grandi, oggi tornano a occupare il posto che fu già loro.

Non sono ipnotizzati solo i 90.000 spettatori nel Nido d’Uccello. Il patriottismo non è monopolio dei ricchi. Anche nelle campagne povere dove l’antenna satellitare arriva prima dell’acqua potabile, in tanti condividono la festa olimpica. Il genio artistico e la perfezione coreografica, la modernità hi-tech e l’equilibrio melodioso del tai-chi condensano nello spettacolo stupefacente una lezione di storia. Col fiato sospeso, inebriati di fronte a tante bellezze, gli stranieri intuiscono una Cina rappacificata con il proprio passato. Confucio che fu maledetto e ripudiato dal maoismo, ora è additato come il vero maestro, l’Eterno.

Nel XXI secolo la Repubblica Popolare riaffonda con orgoglio le sue radici nella magnificenza dell’Impero Celeste. La società armoniosa, quell’ideale di convivenza ordinata e stabile che il partito comunista pretende di incarnare, è la riscoperta di un progetto millenario. Prodigiosi danzatori, acrobati, musicisti e cantanti, volgono lo sguardo verso Hu Jintao e il Politburo comunista al gran completo: il nuovo sovrano illuminato, il benevolo tiranno, il padre autoritario di una nazione tornata ad essere grande e fiera. I variopinti balletti delle minoranze etniche dai deliziosi costumi colorati raccontano una comunità nazionale unita sotto la salda guida del partito comunista, senza tensioni culturali né religiose fra tibetani e uiguri, miao e yi, hakka e cinesi han.

Noi sappiamo che le favole non sono vere, e la realtà cinese è gonfia di ingiustizie. Ma durante quattro ore di pura poesia tutti sono contagiati dalla formidabile energia, dalla fede nell’avvenire: la bambina col grembiule rosso che si alza nel cielo rincorrendo un aquilone è la metafora di una immensa nazione giovane che corre alla conquista del futuro. Giovanissimi anche le migliaia di volontari che ci hanno accolti, un’organizzazione efficiente e gentile, divertita e sorridente. Grazie a loro la polizia non si è vista: mai uno stadio europeo riceve una folla così sterminata con così pochi agenti. Certo si nuota in un’oceano di propaganda.

Green Olympics, le Olimpiadi dell’ambiente, ce le illustra un fantastico balletto di omini verdi che volteggiano attorno a un pianista: suona un pianoforte bianchissimo. Via via i ballerini si illuminano di candide fosforescenze, diventano stelle, il mosaico umano si trasforma in colomba della pace. Sul grande schermo una poesia dedicata al cambiamento climatico: “I ghiacciai si sciolgono / La terra si restringe / Gli uccelli scompaiono / Piantiamo alberi / La terra tornerà verde / Il cielo tornerà blu / Vedremo di nuovo la primavera”. Il cielo sullo stadio è gonfio di smog, come sempre. Non basta il genio dell’artista e la sua meravigliosa allucinazione per chiudere il divario tra aspirazioni e realtà. Ma la sera dell’8 agosto 2008 va in scena il sogno cinese: la certezza che tutte le sfide saranno vinte da questo popolo, anche le più terribili.

“Abbiamo atteso cent’anni”: il leitmotiv non è retorico, tocca una corda sensibile nel cuore dei cinesi. Per un secolo questa civiltà plurimillenaria precipitò nel declino, fu aggredita e umiliata da altre potenze. Dubitò di se stessa, avvinta dai complessi d’inferiorità. Il secolo delle umiliazioni è finito, i cinesi vogliono guardare il mondo a testa alta. E’ significativo che a interpretare questo stato d’animo il regime abbia chiamato Zhang Yimou. Da giovane fu un regista di rottura, perseguitato dalla censura per i suoi film, denunce delle ingiustizie sociali. Nella maturità è diventato il cantore del revival neoimperiale. Incarna il destino di una generazione. Finita la contestazione, ha accettato il patto sociale proposto da questo regime. I sacrifici sui diritti politici sono pesanti.

Altri risultati hanno reso accettabile quel prezzo. Una volta liberate le energie materiali della società civile, il progresso è prodigioso. La Cina ha ritrovato la sicurezza in se stessa. Potenza che si vuole tranquilla, sceglie di affermarsi non più nelle guerre o esportando la rivoluzione sulla punta dei fucili, ma attraverso la competizione economica. O sportiva.

In una prova di fair play, l’applauso più lungo prima della delegazione cinese viene riservato a quella americana, la grande rivale.

Un’altra coreografia abile ha “disegnato” la tribuna d’onore. Dietro Hu Jintao ci sono Bush (per la prima volta nella storia un presidente americano assiste a un’Olimpiade fuori dal suo paese), Putin, Sarkozy, il premier giapponese Fukuda, Sonia Gandhi, Lula. Tutti i governanti della terra. E fra loro il vecchio Henry Kissinger. Il protagonista della diplomazia del ping pong. Il regista del disgelo tra Cina e Stati Uniti, con lo storico vertice Nixon-Mao nel 1972. I dirigenti cinesi lo hanno voluto in bella vista. Una presenza esemplare: misura la grande distanza percorsa da quando la Repubblica Popolare era isolata, accerchiata.

Queste Olimpiadi devono anche cancellare un altro ricordo, molto più recente: Piazza Tienanmen. Anche nel 1989, per l’orrore provocato dal massacro degli studenti, Pechino si ritrovò in un angolo, colpita da embargo, reproba tra le nazioni.
L’elenco sterminato degli statisti stranieri accalcati in tribuna d’onore è un verdetto: missione compiuta.

 


UNA CERIMONIA DA DITTATURA
intervista di Giuseppe Smorto a Gianni Mura
da "Lontano dei Giochi", il diario di Gianni Mura (repubblica.it)

Gianni Mura, è il giorno dei Giochi. Come mai non sei a Pechino?
"Lo dissi in settembre: il mio è un boicottaggio a titolo personale. E poi se fa troppo caldo per Berlusconi... anch'io ho una certa età"

Vista la cerimonia d'apertura?
"Una pizza mostruosa. Me l'aspettavo proprio così: autocelebrativa, retorica: quella di Berlino '36 non deve essere stata molto diversa, effetti speciali esclusi".

Ti è piaciuto il tedoforo che vola?
"Almeno quella è un'idea. Ma ricordo anche Ter Ovanesian a Mosca che saliva le scale fatte dal pubblico".

Italia molto festosa. Educata nelle prime file, più vivace nelle retrovie.
"E direi anche vestita male. Solo Belgio e Ucraina hanno fatto peggio".

Posso dire che certe facce, certi gesti toccano il cuore? E' comunque un'Olimpiade.
"In molti erano contenti di essere allo stadio: Gli atleti, i rappresentanti degli staterelli che non vinceranno nulla, il pubblico".

E i dirigenti del Cio?
"Il vero slogan di questi Giochi dovrebbe essere: "Non disturbate il manovratore". Rogge sapeva che doveva parlare del terremoto e non di altro".

Hai notato l'uso dei bambini? Cantanti, acrobati, rappresentanti dei gruppi etnici...
"Tipico delle dittature. E comunque l'ho visto anche a Seul, e al Tour, l'ultima volta. I bambini inteneriscono, tutto il mondo sembra buono".

E lo spazio dedicato alla difesa dell'ambiente?
"Uno spot esilarante. La Cina è il paese più inquinato e inquinante. Oltre i Panda, non so cosa credono di salvare".

Ti sarai divertito anche guardando il calcio.
"Sì, infatti. E noto che a Pechino non c'è la consueta polemica altri sport contro calciatori. Segno che abbiamo indovinato la squadra, non abbiamo nomi grossi, nomi che fanno arrabbiare, che oscurano gli altri atleti. Come Ronaldinho, Messi".

In compenso c'è Giovinco.
"Mi piace anche quando sbaglia, quando tenta colpi impossibili. Gioca un calcio-esperanto, va in campo anche per divertire. Spero che la Juve lo usi bene, che gli faccia fare un po' d'anticamera, ma non troppa".

Come sarà la tua prima giornata di gare?
"Mi aspetto tanto dal ciclismo. I nomi? Bettini, Schumacher, Valverde, Freire. Stavolta il nostro lo marcano tutti".

A dopo le gare, allora.


IL GIORNO DELLE OLIMPIADI
di Marilia Bellaterra
(presidente Aref-onlus e consigliere Associazione Italia-Tibet)

Alle ore 9 di stamattina, come da programma, una grande folla si e' raccolta nel Namgyal Temple. Dove alle testimonianze dei relatori si sono aggiunte le preghiere dei monaci ed e' stato intonato l'inno nazionale.

Tutte le persone erano vestite di nero. E neri erano pure i cartelli con gli slogano a sostegno dei diritti umani, di denuncia per il Governo di Pechino e di invito a non sospendere le azioni e la lotta. L'unico colore nei cartelloni, era quello del sangue. Il sangue dei tanti tibetani massacrati che hanno testimoniato con la loro presenza muta l'orrore delle violazioni subite da un popolo intero.

Altrettanto coinvolgenti i grandissimi striscioni che sono stati affiancati alla bandiera del Tibet dalla balconata del Tempio. Striscioni in memoria delle vittime torturate e imprigionate. E di monito per tutti a non abbandonare la lotta.

Al termine della cerimonia e' partita dal tempio una marcia davvero imponente composta da quasi 2000 partecipanti, tra monaci, civili, giovani, persone anziane e tanti bambini. Cui si sono aggiunte tutte le persone, solidali alla causa, che si erano assiepate al bordo della strada.

L'evento e' stato carico di commozione. Da parte dei marciatori che hanno espresso il loro profondo coinvolgimento, sia con l'intensità dei canti e delle preghiere, sia con la rabbia intensa ma controllata degli slogan che hanno accompagnato tutto il percorso. Tra questi, in aggiunta a quelli di lunga vita per il Dalai Lama, di ferma richiesta per il rilascio dei i prigionieri politici, di tagliente denuncia contro gli abusi del CIO e del Governo di Pechino, ricorreva la richiesta ai supporter internazionali di continuare nella forza della loro solidarietà e del loro impegno.

Colpiva l'energia dei monaci, anche di quelli davvero giovanissimi, che sembravano indicare a tutti i presenti il dovere di mantenere, sempre, attiva la lotta. Come colpivano gli occhi delle donne e degli uomini anziani, ricolmi di un dolore antico ma con la luce della speranza ancora accesa.

La marcia si e' conclusa, ancora una volta, nella piazza di Dharamsala dove gli organizzatori hanno parlato alla folla con un calore e con un'energia che rendeva testimonianza, emozione e voce al "never give up" del Dalai Lama.

Nel pomeriggio, alle 17 un nuovo appuntamento al Namgyal Temple. Per una cerimonia che definire toccante e' riduttivo. Già l'orario scelto - concomitante a quello di apertura dei Giochi Olimpici - caricava l'aria di forti emozioni. Poi le immagini. Uomini e donne vestiti di nero, con gli occhi chiusi e stretti, con le fasce nere sulla fronte o con i fazzoletti neri a chiudere la bocca. E poi le candele. Il piazzale di fronte al Tempio completamente ricoperto da candele, a formare la scritta "one world, one dream, Free Tibet", strette nelle mani delle centinaia di presenti, appoggiate ovunque a scaldare l'aria - e le speranze - con la loro luce.

Infine, un'iniziativa un po' a sorpresa. La richiesta a un rappresentante per ciascuno dei paesi esteri presenti a McLeod Ganjii di portare una breve testimonianza, o un messaggio, nelle propria lingua madre. Le nazioni presenti erano 20! Dall'India, alla Grecia, alla Francia, all'Italia, al Brasile, alla Germania, all"America, ad Israele, all'Olanda, alla Polonia ... E ciascuno ha condiviso con i presenti un messaggio di lotta, di speranza, di pace. Che tutti hanno compreso. Al di la' delle parole e dei suoni diversi dei tanti linguaggi. Perché il linguaggio non può che che essere lo stesso - e ugualmente comprensibile - quando e' un linguaggio di pace.

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